Nell’antichità, la malattia era vista come qualcosa di soprannaturale, che derivava da una colpa umana punita dagli dei. La cura consisteva nell’espiazione della colpa attraverso sacrifici e invocazioni. Ma, non bastava solo un rito e un invocazione a curare la malattia, si utilizzavano erbe e piante facilmente reperibili.

Nella civiltà celtica, in cui l’attività guerriera e bellica era molto sviluppata, si hanno alcune testimonianze di medicina e interventi chirurgici. Questa scienza, aveva influssi dal mondo greco ed etrusco, ed era esercitata da persone dotte: druidi, esperti in tutte le scienze e da alcuni guerrieri.
La chirurgia nasce nei campi di battaglia per lenire le ferite e le fratture, ma si crea la necessità di disporre un sacerdote “specializzato” in grado di utilizzare le tecniche chirurgiche nella vita di tutti i giorni, su pazienti civili. Si esercitava la chirurgia soltanto quando la terapia medica mostrava i suoi limiti.

Le donne, solitamente, si occupavano della raccolta delle erbe, della preparazione dei “medicinali” e della cura all’interno del villaggio.
Delle piante venivano utilizzate: le foglie, le radici, la corteccia, le bacche e i fiori, che si assumevano tramite infusi, decotti, macerazioni, impacchi e cataplasmi; su abrasioni e bruciature, invece, venivano usate le polveri. Mentre la battitura o arrostimento di vegetali permetteva di disinfettare. Ad esempio, per far uscire spontaneamente dalle carni i corpi estranei, si applicava un impacco di miele, pane e radici di narciso.